Loyola e Machiavelli
Così il Draghi politico continua a rianimare l’euro
Ieri gli analisti erano unanimi nel riconoscere un unico motivo dietro la sostanziale tenuta delle Borse di questi giorni: gli investitori tornano a fidarsi dell’euro dopo aver ascoltato le parole pronunciate due giorni fa e ribadite ieri da Mario Draghi. Infatti la sola idea che la Banca centrale europea possa intervenire a sostegno dei paesi in difficoltà, acquistando i loro titoli di stato in maniera sistematica, lascia intendere che l’euro poggia su basi più solide di quelle garantite dagli accordi ondivaghi raggiunti periodicamente dai leader dell’Eurozona.

Ieri gli analisti erano unanimi nel riconoscere un unico motivo dietro la sostanziale tenuta delle Borse di questi giorni: gli investitori tornano a fidarsi dell’euro dopo aver ascoltato le parole pronunciate due giorni fa e ribadite ieri da Mario Draghi. Infatti la sola idea che la Banca centrale europea possa intervenire a sostegno dei paesi in difficoltà, acquistando i loro titoli di stato in maniera sistematica, lascia intendere che l’euro poggia su basi più solide di quelle garantite dagli accordi ondivaghi raggiunti periodicamente dai leader dell’Eurozona. Draghi ne aveva parlato per la prima volta a fine luglio a Londra, scongiurando così un agosto che tutti annunciavano turbolentissimo sui mercati; lo ha ripetuto due giorni fa, poi ieri, e di nuovo gli investitori plaudono ai suoi piani, così come ha fatto ieri l’ex presidente della Bce, Jean-Claude Trichet. L’attuale presidente italiano dell’Eurotower – ha detto il banchiere francese alla Cnn – fa bene a mettere in campo “misure giustificate quando i mercati smettono di funzionare in modo corretto”, tanto che “oggi tutte le economie avanzate, dal Giappone agli Stati Uniti fino all’Inghilterra, utilizzano misure di politica monetaria non convenzionali”. Eppure lo stesso Trichet, durante il suo mandato alla guida della Bce dal 2003 al 2011, era stato poco pronto e disponibile a imitare Bank of Japan, Fed e Bank of England che sin dall’inizio della crisi avevano agito come “prestatori di ultima istanza” dei rispettivi paesi. Anche il programma di acquisto di titoli, ideato dalla Bce nel 2010 all’apice della crisi greca, fu concepito come intervento estremamente saltuario. Trichet, insomma, volle o poté poco nel contrasto all’ortodossia rigorista che ha plasmato le decisioni della Bce sin dalla sua fondazione: c’è spazio solo per la lotta all’inflazione nella carriera dei banchieri centrali, è la nota tesi made in Deutschland. Con Draghi è cambiato molto: il banchiere italiano in questi mesi ha strappato fondamentali compromessi politici a Berlino (e in generale alle cancellerie dell’Eurozona), e così ha potuto in queste ore iniziare a snocciolare i dettagli di un intervento della Bce che fino a pochi mesi fa era anatema per molti governi dell’area euro. E poco importa se il compromesso prevede un “no” sonoro di Draghi alla licenza bancaria per il Fondo salva stati, in linea con con la posizione tedesca; per ora ai mercati interessa di più l’aperto sostegno di Angela Merkel al nuovo corso interventista della Bce, e il fatto che Berlino abbia relegato la tostissima Bundesbank a una posizione di testimonianza (anche dentro la Bce, come scriveva ieri la stampa finanziaria dell’ortodossa Olanda).
“Con il ‘Principe’ di Machiavelli in una mano e nell’altra gli esercizi di Ignazio di Loyola, Draghi prepara le frecce che gli sono rimaste”, ha scritto Stefano Cingolani questa estate in una lunga inchiesta su Panorama. Loyola, sì, perché gesuitismo e opportunismo sono termini spregiativi solo nel discorso comune, ma diventano qualità se intesi alla lettera e quando fanno rima con “pragmatismo”. Sotto la guida del Draghi formatosi alla scuola gesuitica romana di padre Franco Rozzi, non è un caso, “la Bce è diventata più pragmatica, molti tabù sono stati sfidati e molti precedenti fissati”, ha spiegato a Bloomberg Christian Schulz, già economista della Bce. Lo dimostrano le decisioni annunciate sull’acquisto dei titoli di stato e quelle già prese sul costo del denaro: se a Trichet non si perdona di aver alzato il tasso di sconto mentre tutte le altre Banche centrali lo abbassavano, a Draghi si riconosce di aver stracciato la soglia psicologica del tasso all’1 per cento (oggi è allo 0,75) per aiutare la ripresa.
Soprattutto, con l’italiano alla guida della principale istituzione federale dell’Ue, i tempi della politica hanno sostituito certe lentezze dettate dall’ideologia. La Bce ha fatto capire di essere pronta a fare la sua parte non più solo in cambio di austerity e riforme nei singoli paesi (come chiedeva in maniera esclusiva e ripetitiva il tandem Trichet-Merkel), ma di essere disponibile a rifinanziare le banche e sostenere i debiti degli stati a patto che i governi si accordino sulla nascita di istituzioni di carattere sovranazionale. Così si spiega l’accelerazione verso il Fiscal compact (che piace a Berlino), poi verso il Growth compact (che piace a tutti gli altri) e infine verso una supervisione bancaria comune (che non piace a Berlino). Sono questi i frutti del compromesso creativo e molto politico reso possibile dal banchiere centrale Draghi.
Soprattutto, con l’italiano alla guida della principale istituzione federale dell’Ue, i tempi della politica hanno sostituito certe lentezze dettate dall’ideologia. La Bce ha fatto capire di essere pronta a fare la sua parte non più solo in cambio di austerity e riforme nei singoli paesi (come chiedeva in maniera esclusiva e ripetitiva il tandem Trichet-Merkel), ma di essere disponibile a rifinanziare le banche e sostenere i debiti degli stati a patto che i governi si accordino sulla nascita di istituzioni di carattere sovranazionale. Così si spiega l’accelerazione verso il Fiscal compact (che piace a Berlino), poi verso il Growth compact (che piace a tutti gli altri) e infine verso una supervisione bancaria comune (che non piace a Berlino). Sono questi i frutti del compromesso creativo e molto politico reso possibile dal banchiere centrale Draghi.